Patet

Sulla porta di ingresso dell’ospedale di S.Agostino a Modena è visibile una mano aperta, simbolo dell’Opera Pia Generale dei Poveri qui sita.

Si legge su internet che: “La straordinaria farmacia settecentesca dell’ospedale, meravigliosamente arredata con mobili originali e affrescata con i volti di padri della medicina conserva lo stemma dell’Opera Pia, la mano color oro circondata dalla scritta “Patet omnibus” – prendersi cura di tutti.”

Patet vuol dire infatti letteralmente “è aperto” e la mano deve essere quella del Duca Francesco III d’Este, se pensiamo che l’Ospedale Sant’Agostino di Modena nacque come Grande Spedale degli Infermi tra il 1753 ed il 1758 per sua iniziativa.

Anche la croce templare che ho posto sulla strada di Via della Chiesa a Gragnano davanti la chiesetta della villa è detta croce patente in quanto le estremità sono aperte verso l’esterno.

È una rivisitazione medievale del simbolo di Cristo i cui bracci diventano tutti uguali per dare il senso di un’apertura uguale in tutte le direzioni cioè verso tutti.

Infatti da qualsiasi direzione ci si avvicina alla croce la si vede nello stesso modo.

In un secondo momento addirittura le estremità si sono estese fino a toccarsi tra loro, collegate da una circonferenza. In questo modo si voleva indicare che tutto è ricompreso in Cristo che sta al centro della vita di ciascuno ed è dunque anche punto d’incontro per tutti, terreno su cui possiamo confrontarci.

E infatti Cristo non si pone per noi come punto di arrivo di un percorso che esclude chi rimane fuori, come di una strada che seleziona chi non ce la fa, chi non ci arriva, ma centro dell’universo di tutti contemporaneamente, aperto e raggiungibile sempre e da tutti.

E in quell’incrocio di strade troviamo noi stessi ogni volta abbiamo il coraggio di incontrare l’altro. Altro da noi cioè diverso, di quella diversità di cui è pieno l’universo e dunque il paradiso.

Allora se non ci tiriamo indietro chiudendoci nel nostro mondo ancestrale e ci apriamo anche Cristo diventa presente. Quando ci facciamo prossimi siamo già all’interno di quel cerchio, al centro di quel crocevia.

Io ho visto quanto è tangibile tutto questo come la carne stessa, il giorno che ho avuto il coraggio di aprire la porta dell’ufficio ad Aziz oppure la volta in cui ho aperto quella di casa alla Barbara.

Mi piace pensare che anche il duca di Modena abbia fatto lo stesso una volta e questo sia stato il motivo per cui ha voluto ripetere e far ripetere ad altri quell’incontro che gli aveva cambiato la vita, costruendo un luogo privilegiato nel centro della città.

Nel centro della croce del resto ci si finisce, così come si “finisce” in ospedale o in carcere o sotto un ponte.
È il posto che tutti evitiamo certo, eppure sarà quello dove davvero incontreremo Cristo e quindi la nostra salvezza.